Turisti e vagabondi : riflessioni sulla mobilità internazionale dei lavoratori nell'impresa senza confini

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  «Turisti e vagabondi»: riflessioni sulla mobilità internazionale dei lavoratori nell’impresa senza confini di zyxwvutsrqponmlkjihgfedcbaZYXWVUTSRQPONMLKJIHGFEDCBA  Antonio  Lo Faro Sommario: i. Gerarchie di mobilità. - 2. I «contenitori» di mobilità transnazionaie del lavo - ro: tre diverse vie per la internazionalizzazione delle imprese. - 3. La rappresentazione tra - dizionale deiia mobilità: l lavoro aii’estero neiia disciplina legislativa italiana. - 4. Imprese di investimento diretto estero e impresa - rete transnazionale: i mercati del lavoro interni del - la mobilità internazionale. - 4.1 Forme di mobilità transnazionaie e diritto internazionale privato. 5. La prestazione di servizi su scala transnazionaie. - 5.1 La proposta di Direttiva «Bolkestein». 6. Conclusioni. 1. Gerarchie di  mobilità «Mobilità e assenza di mobilità sono i due poli contrapposti della so - cietà tardomoderna o postmoderna. [...] I mondi sedimentati ai due poli, al vertice e al fondo della emergente gerarchia della mobilità, differiscono nettamente. Per il primo mondo, il mondo di chi è mobile su scala globa - le, lo spazio ha perduto la sua qualità di vincolo e viene facilmente attra - versato, Per il secondo mondo, quello di coloro che sono legati a una lo - calità, di coloro cui è vietato muoversi, lo spazio reale si va rapidamente restringendo» (Bauman 2002, pp. 98 e 115). Con queste parole uno dei massimi sociologi dei nostri tempi rappre - senta (anche) quella che oggi, a distanza di decenni daii’awio dei proces - si di globalizzazione economica, può considerarsi una quasi ovvietà: capi - tali e merci si spostano liberamente attraverso i confini nazionali; i lavo - ratori un po’ meno. Un gap di mobilità tra fattori della produzione, que - sto, in cui può indicarsi «il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi[:] la scala globale in cui operano le scelte degli investitori, quando la si mette a confronto con i limiti rigidamente locali imposti alle scelte dell’offerta di lavoro, mette in luce il dominio dei primi sulla se - conda» (Bauman 2002, pp. 4 e 115). Non si tratta certo di affermazioni circoscritte al dibattito di matrice sociologica. Che l’inarrestabiie processo di integrazione dei mercati abbia sin qui marciato più sulle mobili gambe del capitale e delle merci, che LAVORO E DIRITTO / a. XIX, n. 3 estate 2005  438 A N T O N I O L O F AR O «TURISTI E VAGABONDI> 439 non su quelle dei lavoratori, è infatti affermazione ampiamente condivisa nell’ambito delle diverse comunità scientifiche che nel corso degli ultimi anni si sono occupate di rappresentare le trasformazioni dei sistemi di produzione nell’epoca dell’economia globalizzata. Tra i giuslavoristi, in particolare, la evidente asimmetria tra i tassi di effettiva mobilità dei diversi fattori produttivi è stata tempestivamente evocata, oltre un decennio fa, nel contesto della intensa fioritura di studi che ha accompagnato la realizzazione del «progetto 1992», owero il completamento del mercato unico europeo. In quel contesto, la scarsa mobilità tipica del fattore lavoro in ambito europeo veniva contrapposta alle possibili strategie di regime shopping da parte delle imprese al fine di evidenziare i rischi di una erosione «per aggiramento» dei sistemi nazio - nali di tutela del lavoro1 e le connesse spinte verso una poco rassicurante competizione regolativa al ribasso tra sistemi nazionali (Treu 1993 In effetti, è difficile negare che - su scala globale - le politiche di li- beralizzazione, nelle quali probabilmente si incarna il mito della globaliz- zazione, abbiano inciso pressoché esclusivamente sui mercati finanziari e sul commercio di beni e servizi. Così come è del tutto pacifico che - su scala europea - delle quattro libertà fondamentali sancite dai trattati isti- tutivi, quella relativa alla libera circolazione delie persone - lavoratori sia rimasta abbondantemente al di sotto dei livelli quantitativi registratisi in materia di libera circolazione di beni, capitali e, in misura ancora minore, servizi 2 . 2.  I «contenitori>> di mobilità transnazionale del lavoro: tre diverse vie  per la internazionalizzazione delle imprese Della superiore mobilità transnazionale del capitale rispetto al lavoro, non si può dunque seriamente dubitare. Tuttavia, la selezione dei temi oggetto di ricerca può anche non dipendere dalla «quantità» del fenome - no analizzato, quanto piuttosto dalla sua «qualità», owero dalla sua atti - tudine a svelare taluni profili di interesse nei quali l’osservatore ritiene di poter intravedere in nuce i caratteri di un processo innovativo meritevole di considerazione e analisi. In questa prospettiva, anche il movimento dei lavoratori attraverso i 1 «La globalità delle élztes - continua l saggio citato in apertura (Bauman 2002, p. 2 Per una analisi sui differenziali di mobilità del fattore lavoro negii Usa e nell’Ue, cfr. 138) - vuole dire mobilità, che significa capacità di sfuggire, di evadere». Puhani 2001). confini nazionali, pur se ancora contenuto entro limiti piuttosto ristretti, costituisce un argomento meritevole di riflessione per colui che si ripro- pone di cogliere le logiche, e soprattutto le concrete dinamiche, dei pro - cessi di internazionalizzazione maggiormente in grado di incidere sugli assetti governati dal diritto del lavoro. E ciò non solo perché parlare di mobilità transnazionale dei lavoratori equivale a evocare un tema non certo marginale come l’immigrazione; tema che rimarrà peraltro estraneo allo svolgimento di questo scritto. Ma anche perché separare con nettez - za le mobilità dei diversi fattori di produzione non aiuta a cogliere le po - liformi ricadute giuslavoristiche dei processi di internazionalizzazione in corso. L’affiancamento della prestazione dei servizi alla circolazione dei beni come oggetto della libertà di commercio mondiale, ad esempio, si ripercuote inevitabilmente sulla mobilità, e sui diritti, dei lavoratori che quei servizi dovranno poter fornire in un paese diverso da quello nel quale sono stati assunti o dove ha sede l’impresa fornitrice. Non a caso, sia in ambito Wto, con il General  Agreement on Trade in Services (Gats) del 1994, sia in ambito Ue, con la recente e contestatissima proposta di Direttiva c.d. «Bolkestein», le politiche di liberalizzazione dei servizi sono state abbondantemente scrutinate dalla dottrina e dal dibattito pubblico anche sotto il profilo del loro impatto sul mantenimento dei diritti dei lavoratori nelle cui prestazioni, spesso, il servizio può identifi - carsi. Al di là della liberalizzazione dei servizi su scala transnazionale - sul - la quale si tornerà nel seguito (§ 5) - la mobilità internazionale dei lavo - ratori costituisce comunque tratto caratterizzante di una serie di moduli organizzativi di impresa che, attraverso diverse forme giuridiche, qualifi - cano la presenza degli operatori economici sui mercati internazionali. L’«azienda globale» di cui parla Crouch nel suo scenario di post-demo- carazia (Crouch 2003, cap. 2) assume, infatti, configurazioni organizzati- ve e societarie non riducibili esclusivamente al classico modello della multinazionale che «invade» in prima persona territori situati al di fuori del paese d’srcinei. L’ampia letteratura in materia rivela al contrario come strategie di internazionalizzazione dell’impresa possano essere per - seguite e realizzate anche per mezzo di altri canoni organizzativi, prima - riamente riconducibili alla categoria, di derivazione economica, dell’hve- zyxw 3 «La multinazionale si è infatti sempre caratterizzata per il fatto di trasferire standard produttivi consolidati e sperimentati nei paese d’srcine, secondo una politica che non a torto si è spesso definita di tipo coloniale, per sottolineare l’imposizione alla cultura locale di modelli produttivi elaborati altrove» (Vaccà, Doria 1998, p. 8).
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