Veronica Raimo intervistata da Sabina Minardi sull'Espresso

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  Veronica Raimo intervistata da Sabina Minardi sull'Espresso Si parla di Miden e di #metoo
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  74 13 maggio 2018 L’Espresso   Il perché no della letteratura Cultura Molestie sessuali. Abusi.Violenze. E denunce. Da Veronica Raimo ad Alafair Burke, la narrativa dà voce alla rivolta globale. Contro il silenzio  L’Espresso  13 maggio 2018 75 Il romanzoal tempo del #MeToo di SABINA MINARDI Violenze e denunce. Soprusi e reazioni. Abusi sessuali e condanne della cultura machista come non era mai accaduto prima. Non è solo l’anno in cui il Nobel alla letteratura - già di per sé, con 14 premi a donne su 110 assegnati, il più maschilista dei premi agli scrittori - scelse il gap year, a esemplare memento di molestie sessuali non più tollerabili. Il 2018 è anche l’anno nel quale i temi del movimento #MeToo esondano dal dibattito pubblico. Si alleano con penne acuminate. Ed entrano a piedi uniti tra le pagine più interessanti dei giovani autori.Vittime colpevolizzate che trovano  vie di riscatto. Mogli che mentono per illustrazioni di Valeria Petrone anza tra Hollywood e donne comuni all’insegna della denuncia degli stessi soprusi, fosse destinato a lasciare il segno sulla letteratura era già chiaro da molti indizi: l’insistenza con la quale femministe antiche e nuove - l’implacabile Germaine Greer, la mo-nologhista Eve Ensler, la contagiosa Chimamanda Ngozi Adichie non mollavano la presa - e al Salone del libro di Torino (il 13 maggio) “Dopo, durante e oltre il #MeToo” è il titolo di un incontro che coinvolge scrittri-ci come Helena Janeczeck, Lidia Ra- vera, Alice Sebold, Loredana Lipperi-ni. La mania di book club dove pro-muovere la lettura di romanzi scritti da donne, lanciati da Oprah Winfrey ed Emma Watson (“Our shared shelf” sul social Goodreads con 200 mi-la iscritte in due anni), e dilagati proteggere i mariti. Giovani accusa-trici algide e ambigue. E abusi ovun-que: in ufficio, nelle aule universitarie, tra le corsie d’ospedale, alle feste stu-dentesche. A leggere la narrativa più recente, cronaca e fiction si sovrap-pongono di continuo.Del resto, che #MeToo, santa alle-  76 13 maggio 2018 L’Espresso Fugit rest w Cultura tra le lettrici di tutto il mondo. La percentuale di titoli con al centro storie di rabbia e di dolore trasforma-te in lezioni per altre donne, coi riflet-tori dei primi letterari puntati addos-so: il Dylan Tomas in Gran Bretagna, per esempio, riservato ad autori sotto i 40 anni: a contenderselo la raccolta di racconti “Her Body and Other Par-ties” di Carmen Maria Machado (per il New York imes una delle scrittrici che sta forgiando l’immaginario di questo secolo), “First Love” di Gwen-doline Riley (ancora inedita in Italia) e “Parlarne tra amici” della giovanis-sima Sally Rooney (pubblicato da Ei-naudi), che scandaglia le disparità di coppia, le strade diverse della soffe-renza maschile e femminile e una ge-nerazione profondamente inquieta. Circolano, è vero, discutibili episo-di di politicamente corretto applicato all’universo letterario: ostracismi  verso autori accusati di molestie, co-me l’illustratore David Diaz (al bando il suo libro per bambini “Mario and the hole on the sky”), Sherman Alexie, pluripremiato autore di Seattle cre-sciuto tra i nativi di Wellpinit, e in-chiodato per colpe sessuali da diverse scrittrici, e da ultimo Junot Díaz, pre-mio Pulitzer appena bannato dal Sy-dney Writers’ Festival a seguito delle accuse di violenze della collega Zinzi Clemmons. E ancora più inquietanti degli editori che risolvono i contratti con scrittori-molestatori sono le no-tizie di censure sull’editoria conside-rata scandalosa. Ma vale anche la tendenza opposta: contagiare le sto-rie di quel percorso di liberazione reso popolare dal movimento #Me-oo, e in Italia dalla narrazione pre-ziosa di #quellavoltache, hashtag lan-ciato appena due giorni dopo la rive-lazione di Asia Argento di aver subito  violenza dal produttore Harvey Weinstein, che ha accolto migliaia di testimonianze di donne, poi riunite in un’antologia a cura di Giulia Blasi (Manifestolibri): un urlo collettivo, che è andato ben oltre i social media.Nei paesi anglosassoni, i titoli che cavalcano l’onda neofemminista si rincorrono. Primo fra tutti, “Te Fe-male Persuasion” di Meg Wolitzer, con una scena iniziale che pare rical- Il perché no della letteratura Cultura care i racconti di molte donne violen-tate: la violazione sfacciata, l’incapa-cità di difendersi, la paralisi che affer-ra il corpo, la bocca che si secca, in una festa dove tutti bevono e si divertono senza freni. “e la sei cercata”, le avrebbero det-to, come titola il libro di Louise O’Neill, irlandese di Cork (pubblicata da Hot Spot, spin off della casa editri-ce Il Castoro), per sostenere esatta-mente il contrario: oggi più che mai è necessario rivendicare il diritto di essere bellissime, desiderabili, persi-no troppo ubriache per dire basta. E non per questo “cercarsela”. Il contra-rio è assecondare la misoginia. E la storia di Una, artista e scrittrice in-glese che usa la forma della narrativa illustrata, in “Io sono Una” (Add edi-tore), lo conferma: la colpa delle violenze non è delle vittime. An-che quando ve-stono in mo-do appari-scente e ti-rano tardi la sera. Il suo graphic novel, con la’esplicita  volontà di smarcare le ra- Parità di genere? No grazie. Al Salone del libro di Torino - dal 10 al 14 maggio - il rapporto tra ospiti maschili e femminili pende a favore degli uomini: dei quasi duemila protagonisti della cinque giorni, solo un terzo è donna. È il dato che emerge dall’analisi di genere del programma della kermesse, presentata il 13 maggio al SalTo e condotta dall’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria. Nato dal progetto di No(d)i sulla parità di genere, l’osservatorio è promosso da InQuiete Festival di scrittrici a Roma, Salone del Libro di Torino e Book Pride. «Il progetto nasce per colmare la mancanza di un monitoraggio sulle differenze di genere nell’editoria» spiega Barbara Leda Kenny, coordinatrice scientifica dell’indagine. I risultati dipingono un mondo dell’editoria specchio della società italiana. E al Salone di Torino stravincono gli uomini Storie di rabbia e di dolore diventano lezioni per le altre. Racconti e graphic novel mostrano come resistere alle colpevolizzazioni di Federico Marconi  L’Espresso  13 maggio 2018 77 Sono 1951 i protagonisti degli eventi del salone del libro: di questi 1294 sono uomini, 657 le donne. L’osservatorio ha indagato sulla presenza femminile nelle diverse sale della manifestazione: a queste è stato attribuito un valore differente a seconda della capienza e della notorietà dei protagonisti. Così nelle sale principali, dove interviene chi può contare su maggiore prestigio presso il grande pubblico, è presente una donna ogni cinque uomini. Il rapporto aumenta nelle sale in cui si tengono gli incontri dove pesa di più il “prestigio letterario”: qui le donne sono il 28 per cento. La percentuale femminile cresce con il diminuire di grandezza e importanza delle sale: in quelle medie le donne raggiungono il 35 per cento; mentre nelle sale piccole, dove le attività per i bambini hanno un peso rilevante, il rapporto uomo-donna è uno a uno. Ma se si escludono le iniziative per i più piccoli, la presenza femminile scende al 40 per cento. La percentuale rimane la stessa anche negli incontri professionali: solo in un evento ogni tre un uomo presenta una donna, mentre le donne presentano stesse percentuali di scrittori e scrittrici.L’indagine dell’osservatorio non vuole attribuire la responsabilità del rapporto di genere ai coordinatori del programma della manifestazione, frutto della collaborazione tra organizzatori del salone e case editrici. Un focus è stato fatto sui 166 eventi curati dal solo SalTo: sono coinvolti 298 uomini e 151 donne, un rapporto di tre a uno simile a quello dell’intero calendario. Un motivo è rintracciato nella composizione di genere degli organizzatori: il programma è coordinato da quattro uomini, coadiuvati da sedici consulenti, di cui sette donne. Quando a capo dello staff c’è una donna, la parità di genere è più rispettata: come nel caso del programma per i bambini, dove la presenza di uomini e donne è paritaria. Nota positiva: i temi affrontati. Numerosi gli incontri dedicati alla scrittura femminile, alla violenza e alla parità di genere, che tendono a non schiacciare le donne sul “format rosa”. Ma l’analisi quantitativa fa riflettere, commenta Leda Kenny: «I numeri del Salone non sorprendono: rispecchiano a pieno il resto dell’industria culturale, la politica e il mercato del lavoro italiano». Q gazze dall’incultura della colpevoliz-zazione, va dritto al cuore delle cose senza troppe perifrasi: «Se sei fem-mina e qualcuno vuole dimostrarti quanto ti odia, probabilmente verrai chiamata puttana o qualcosa di simi-le». Contro “I modi in cui ci viene insegnato ad essere ragazze”, titolo di un racconto firmato xx, si scaglia anche l’americana di srcini haitia-ne, bisessuale e femminista, Roxane Gay (di lei Einaudi ha pubblicato il memoir militante “Fame”), in una antologia intitolata “Not that bad: Dispatches from Rape Culture”.Finora solo la fiction televisiva e cinematografica si era lasciata ispira-re da #Meoo: “Lorena”, il ri-scatto di Lorena Bobbit in forma di docuserie arriverà su Ama-zon nel 2019; “Blockers” è già al cinema (in italiano con il titolo “Giù le mani dalle nostre figlie”), con storie di ragaz-ze che decidono di perdere la verginità al ballo scola-stico; “Te woman in white”, classico  vittoriano, va in onda, aggiornato ai tempi che corrono, sulla Bbc. E la stracitata trasposizione del “Raccon-to dell’ancella” dalla femminista cat-tiva Margaret Atwood (più vicina alle posizioni di Catherine Deneuve che a quelle del movimento) è tra le più potenti denunce della sottomissione della donna e dei corpi asserviti alla riproduzione. In una distopia che è sempre più spesso il genere narrativo che incornicia le storie più nuove:  vedi la trilogia di “Binti” di Nnedim-ma Nkemdili Okorafor, scrittrice afroamericana di fantasy sempre alle prese con grintosissime eroine.«Anch’io ho scelto un mondo astratto, dove portare i conflitti alle estreme conseguenze. Ho immagina-to un luogo in un imprecisato punto del nord Europa, ma non ho aggiunto dettagli che potessero renderlo rico-noscibile. Miden è un luogo di stortu-re e fuori dai cliché». E “Miden” (Mondadori), il suo romanzo, cattura e convince: Veronica Raimo è proba-bilmente la più emblematica tra le interpreti di una finzione che esplora la realtà delle molestie. «A dire la verità, ho cominciato a scrivere questo libro quattro anni fa e l’ho concluso l’estate scorsa, in tempi lontani da #Meoo. La coincidenza dell’uscita del libro con l’esplosione del movimento da una parte mi ha fatto piacere, dall’altra forse ne ha un po’ condizionato la lettura. Credo che #Meoo sia importante perché ha fatto convogliare la protesta mondia-le in un soggetto politico. Non è un approccio con il quale mi sento a mio agio, ma gli riconosco un grande me-rito». Nel romanzo, i protagonisti e le dinamiche al centro del movimento globale ci sono tutti: il professore che abusa di una studentessa, senza mai rendersi conto veramente della gravi-tà del gesto («Avevo amato una stu-dentessa, l’avevo violentata»). La vit-tima che, denunciando, mette a soq-quadro esistenze compassate («Per-ché lo faccio? Per me stessa. Perché non l’ho fatto prima? Perché non lo sapevo. Che cosa? Che ho subito una  violenza»). Una compagna ufficiale dell’uomo, incredula e in attesa di un figlio. La comunità che avvolge tutto e giudica. Il linguaggio asfissiante che circonda le donne. «C’è un lessico femminile, nel-
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