Dipendenza, violenza, integrazione: L’utilizzo liminare della forza e il suo superamento tra i Sefwi (Ghana)

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  Dipendenza, violenza, integrazione: L’utilizzo liminare della forza e il suo superamento tra i Sefwi (Ghana)
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  Dipendenza, violenza, integrazione:L’utilizzo liminare della forza e il suo superamento tra i Sefwi (Ghana) Stefano BoniLo studio della violenza tra i Sefwi del Ghana, la popolazione che ha prodotto o che haassistito agli episodi descritti in seguito, presenta la difficoltà di inserire in un’analisiunitaria atti che possono essere pacificamente classificati come violenti, ma che seguonologiche ed intenzioni diverse. La memoria collettiva sefwi così come il materialed’archivio e l’esperienza di un osservatore esterno, propongono numerosi e variegatiepisodi di violenza: omicidi, maltrattamenti, bastonate, danneggiamenti, assalti, minacce,spari, frustate, liti. Le azioni violente sono irriducibili ad un’unica categoria: la violenza può essere individuale o collettiva, condotta dal potere dominante o contro di esso. Siregistrano inoltre innumerevoli episodi di violenza simbolica, spesso espressi in ritualilegati all’auto-rappresentazione del potere politico “tradizionale”, e continui riferimentieufemizzati all’azione violenta. Non mancano casi di violenza connessi alla questioneetnica e legati all’inserimento del sistema produttivo sefwi nell’economia mondiale. Ilfenomeno della violenza nei distretti di Sefwi Wiawso e Juabeso-Bia, che formano la parte settentrionale della Western Region del Ghana, si presenta quindi come un insiemesociologicamente polimorfo di episodi. Si possono dunque inserire in un’unica categoriadi “violenza” episodi che rientrano all’interno di una definizione comune ma che hannosignificati diversi sia per chi vi prende parte che per un osservatore che cerca di coglierneil significato, lo scopo, la valenza. Ciò rende un’analisi antropologica della violenza tout court  problematica (cf. Riches 1986). Nell’impostare uno studio sulla violenza occorre non solo delimitare l’oggettogeograficamente e quindi culturalmente, ma anche definire la tipologia sociologica diviolenza studiata. Si tratta, in pratica, di ritagliarsi un ambito coerente all’interno di un“oggetto” sociologicamente incoerente. In ciò che segue, dopo aver affrontato delle 1  questioni metodologiche e interpretative, mi soffermerò su un particolare uso dellaviolenza. Prenderò in esame la violenza pianificata. In particolare quella finalizzata allacontrattazione ed imposizione di relazioni di appartenenza e quindi di comando e didipendenza in momenti di crisi. Escludo quindi la violenza che non nasce da un progettocosciente, finalizzato a produrre effetti di lungo periodo. Escludo gli atti che miranoall’interruzione del rapporto tra chi esercita la violenza e chi viene aggredito e chespesso provocano la morte di quest’ultimo. Escludo anche i maltrattamenti quotidiani,quelli reiterati con regolarità per ricordare la persistente differenza di potere. Prendoinvece in esame i momenti in cui le relazioni di appartenenza vengono messe indiscussione e in cui l’insubordinazione è minacciata o diventa manifesta.Quello che segue è quindi lo studio di una particolare modalità di utilizzo della forza:un insieme di atti violenti associati da una logica comune. Le espressioni violentediscusse di seguito vanno esaminate in relazione ad un altro “oggetto”, quello della produzione e riproduzione di rapporti di disuguaglianza e di appartenenza nell’area akan.Analizzare la violenza in relazione ai fenomeni di dipendenza permette di apprezzarne lacapacità di produrre e trasformare forme di subordinazione. Studierò quindi l’utilizzodella forza come modalità di costruzione di rapporti sociali piuttosto che evidenziarnel’impatto distruttivo sulle relazioni. L’aggressore, negli atti di violenza sotto descritti,non mira allo scioglimento del suo rapporto con la vittima; l’intenzione è piuttosto quelladi avviare un processo di riconversione delle dinamiche di comando e subordinazione.Per comprendere il rapporto tra dipendenza e atto violento bisogna esaminare larelazione tra aggressore e vittima non solo nell’atto, ma prima e dopo di esso. Laviolenza segna un momento di trasformazione di una relazione, una fase finalizzata aconsentire, in stadi successivi, una nuova integrazione della vittima come membrosubordinato del gruppo di chi orchestra l’atto punitivo e umiliante. In questi contesti laviolenza è una negazione della persona, la cancellazione di ruoli e aspettative che non prevedono il ricorso all’aggressione. L’obliterazione di una modalità relazionale divenutaormai ambigua passa attraverso la punizione corporea. Questa richiede e permette unanuova disposizione dell’aggredito e genera una nuova persona, intesa sia in termini di 2   posizione gerarchica che di aspettative mentali. L’offesa rappresenta una de-umanizzazione che permette l’attribuzione di un nuovo ruolo, una mortificazione socialeche produce una ricollocazione politica. L’aggressione è un momento, spesso il piùdrammatico, all’interno di una dinamica di transizione. L’atto punitivo è allo stessotempo la fine di un rapporto e il fondamento di una nuova relazione.Per capire questi atti che sono al contempo aggressioni fisiche e atti simbolici diridefinizione sociale e politica, bisogna vedere la violenza nel suo contesto culturalespecifico. Questo è essenziale non solo per capire le motivazioni del ricorso allamortificazione, ma per approfondire ed apprezzare l’intenzione e le modalitàcoreografiche della performance. Una breve introduzione alla gestione della violenza nelregno di Sefwi Wiawso, all’interno del quale si sono sviluppate le dinamiche descrittesotto, è quindi necessaria. Dopo la presentazione del contesto storico ed etnografico,circoscrivo il mio oggetto di studio. In una prima sezione, distinguo tra violenza pubblicae individuale: la prima con finalità progettuali e comunicative, la seconda frutto di unaintenzionalità più limitata. Nella seconda parte, approfondisco l’uso della violenza neimomenti in cui determinate relazioni di appartenenza e dipendenza entrano in crisi. Nellaterza, studio la violenza come modalità di superamento della crisi e fase di ridefinizionedei rapporti. Infine nelle conclusioni ritorno alla problematica iniziale riguardante la possibilità di costruire una teoria autonoma della violenza, o perlomeno di alcune sueforme. La violenza nell’area sefwi I Sefwi sono un'etnia akan che attualmente occupa l'area settentrionale della WesternRegion del Ghana, al confine con la Costa d'Avorio. Un’identità sefwi emerse verso lametà del diciottesimo secolo con l’affermarsi di entità politiche centralizzate tra cuispicca quella con capitale Wiawso (Boni 1999b, 2001). Nel corso del diciottesimo ediciannovesimo secolo il re, l’ omanhene , 1 e i capivillaggio fecero uso della violenza 1 La terminologia locale è in lingua Sefwi. Nonostante esista qualche pubblicazione in Sefwi, non sonostati prodotti né un dizionario, né una grammatica. Quando i Sefwi scrivono la loro lingua, spessoemergono differenze ortografiche. Nello scegliere l’ortografia proposta in questo saggio ho quindi 3  legittima oltre a regolare e punire quella illegittima. La struttura politica ‘tradizionale’sefwi esercitò sia una violenza giudiziaria-punitiva (che spesso prendeva la forma dellasanzione pecuniaria ma che prevedeva, in alcuni casi, punizioni corporali) 2 sia ilmonopolio del confronto violento tra gruppi (guerre, saccheggi, repressione di dissidi).Dalla fine del diciannovesimo secolo i Britannici esercitarono una crescente influenzasull’amministrazione del territorio sefwi. In particolare, la presenza coloniale rilevòalcune prerogative dei capivillaggio, tra cui buona parte dell’esercizio della violenzalegittima attraverso il controllo della sfera giudiziaria, della detenzione e delle sanzioni pecuniarie. Nel 1899, a pochi mesi dall’arrivo tra i Sefwi di un ufficiale colonialestanziale, vennero costruite, oltre alla casa del nuovo amministratore, un tribunale e una prigione. 3 Accanto ad un distaccamento di soldati presenti nel distretto già negli ultimianni dell’Ottocento, nei primi due decenni del ventesimo secolo erano in servizio unadecina di poliziotti. 4 Nel 1900 i militari soffocarono l’allargamento di una rivolta anti-coloniale nata in area asante e successivamente posero fine ai conflitti tra unità politicherivali che avevano caratterizzato i secoli precedenti. 5 A partire dai primi anni del Novecento le forze dell’ordine britanniche, il cui numero crebbe con il passare deidecenni, ebbero il controllo incontrastato della violenza legittima.Tuttavia, i capivillaggio non persero completamente le loro prerogative sull’eserciziodella violenza ma, nel corso del ventesimo secolo, le adoperarono con più cautela standoattenti a non infastidire eccessivamente gli amministratori britannici prima ed il governodel Ghana poi. Utilizzando i poteri legalmente riconosciuti dall’amministrazione dovuto selezionare tra diverse opzioni ugualmente ammissibili . 2 BPP, 1883: C. 3687, Enclosure in no. 53, Report by captain Lonsdale; PRO CO 96/320, Hodgson toChamberlain, 31 August 1898. Nella fonte è menzionata la punizione capitale per chi commettevaadulterio con la moglie del re e il lavoro forzato –del debitore o di un parente- per l’incapacità diripagare debiti. Il danneggiamento economico spesso consisteva in pesanti multe fatte pagare daicapivillaggio a chi era giudicato colpevole. 3 NAG Accra ADM 48/1/1, Leland to H.C.S., Asafo 25 July 1899. 4 NAG Accra ADM 11/1/1130, Akwantamra 3 April 1909; NAG Accra ADM 48/1/3, pp. 314-338. 5   NAG Accra ADM 48/1/1. 4   britannica, durante il secondo decennio del Novecento diversi capivillaggio costruironoluoghi di detenzione, seguendo l’esempio del governo coloniale. 6 La struttura politica‘tradizionale’ conservò il controllo su alcuni ambiti giudiziari e il diritto di imporresanzioni pecuniarie e di incarcerare sospetti e colpevoli. 7 Inoltre, i capivillaggiocontinuarono ad esercitare la violenza facendo ricorso ad abusi giudiziari e all’uso,abbastanza frequente, di aggressioni più o meno occulte. 8 Queste attività, seppur illegali,sono state e sono tutt’ora spesso tollerate dai governi nazionali. Nel corso del ventesimo secolo le istituzioni governative, prima quelle coloniali e poiquelle del Ghana indipendente, hanno collaborato con la struttura politica tradizionale per mantenere uno stato di pace e stabilità, per reprimere la violenza e la devianzacomune. La soppressione della violenza ordinaria ha avuto un certo successo: gli episodidi utilizzo della forza (liti, assalti, furti, violenze carnali, omicidi) sono stati saltuari eancora più rara è stata la violenza organizzata al di fuori (omicidi rituali) o contro(contestazioni e scioperi violenti) le istituzioni politico-economiche. Mentre l’elite politica –capivillaggio, governi, militari- ha represso sistematicamente il ricorso altruialla violenza, si è riservata il diritto di utilizzare la forza sia nelle lotte intestine per il potere che per disciplinare subordinati disobbedienti. Gli episodi più appariscenti e più protratti di violenza organizzata si sono sviluppati, come vedremo, proprio all’internodell’elite, tra fazioni politiche ed etniche, nella competizione per il potere o per ilcontrollo di risorse economiche e umane.Tra i Sefwi non esiste un termine equivalente alla nozione occidentale di violenza. Non c’è quindi un vocabolo unico per raggruppare varie azioni di aggressione. Gli attivengono descritti singolarmente, facendo riferimento al particolare tipo di violenza usata.Si usa il termine basabasa quando si descrive un episodio di aggressione in maniera 6 NAG Accra ADM 48/1/3, Long to C.W.P., Amoya 3 June 1911; NAG Accra ADM 48/1/3, pp. 322-328. Le prigioni dei capivillaggio vennero chiuse solo alla fine del periodo coloniale; NAG Accra ADM47/1/23. 7 NAG Accra ADM 11/1/1130, Akwantamra 3 April 1909. 8 NAG Accra ADM 11/1/394; NAG Accra ADM 48/1/3, pp. 362-397; NAG Accra ADM 47/1/23. 5
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