Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960)

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  6/4/2014Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960) | C'era una volta l'«America»http://www.ceraunavoltalamerica.it/2013/03/circolazioni-transatlantiche-in-storia-delle-migrazioni/1/6 Tweet 1 Circolazioni transatlantiche in storia dellemigrazioni: Portoricani e italiani a New York(1920–1960) Il 4 novembre del 1946 la rivista Time  scriveva: “Il cuore del diciottesimo distretto elettorale di Manhattan è un ghetto infestato dal crimine e dai topi chiamato East Harlem. Le orde di italiani,portoricani, ebrei e negri che ci abitano hanno sempre votato repubblicano. Ma nell’ultimodecennio ha preso il potere una nuova forza: la variopinta macchina elettorale di Vito Marcantonio,il deputato deforme, dagli occhi iniettati di sangue e dalla voce stridula amico dei comunisti. Igangster, i magnaccia e gli spacciatori di droga che lo sostengono lo chiamano l’‘Onorevole FrittoMisto’” ( National Affairs  1946).Al di là del linguaggio violento, nel suo attacco contro il politico italoamericano che per primomobilitò i portoricani di New York fino a diventare un acceso sostenitore dell’indipendenza di PortoRico nel Congresso degli Stati Uniti, Time  coglieva comunque un aspetto essenziale. Nell’immediato secondo dopoguerra la parte nordorientale di Manhattan era un mosaico dicomunità immigrate con pochi equivalenti al mondo che prometteva (o minacciava) sviluppipolitici inediti e incontrollabili  (Meyer 1989). Particolarmente problematica era la coesistenza deidue gruppi citati in cima alla lista di Time : gli italiani e i portoricani. A quella data, East Harlemrappresentava allo stesso tempo la più grande comunità portoricana fuori dall’isola (circa 50.000persone) e la più grande enclave italiana nell’emisfero occidentale (circa 70.000 tra immigrati diprima e seconda generazione).I motivi di scontro tra i due gruppi abbondavano. Le gang giovanili delle due fazioni si davanobattaglia per le strade del quartiere in difesa di quello che ritenevano essere il loro territorio(Schneider 1999). Le operaie italiane erano risentite per l’entrata in massa delle portoricane nelsettore tessile, di cui detenevano l’egemonia. Le donne portoricane – impiegate come forza lavorodequalificata – protestavano la loro esclusione dai sindacati dominati dagli italiani (Ortiz 1996).Portoricani e italiani competevano poi per l’accesso alle risorse messe a disposizione dalle politichesociali del New Deal, e in particolare per l’assegnazione delle case popolari, un tipo di edilizia percui alla fine degli anni Cinquanta East Harlem avrebbe avuto la più alta concentrazione di tutti gliStati Uniti (Zipp 2010).In generale, come ultimi arrivati nel quartiere, i portoricani trovarono il potere politico localesaldamente nelle mani degli italiani (Thomas 2010); gli italiani lottavano per riaffermare la loroidentità di americani bianchi, appena conquistata ed ancora incerta, prendendo violentemente ledistanze dai portoricani – dalla pelle più scura, più poveri e più incapaci di parlare inglese di loro,ma con cui dovevano condividere sempre più spesso le strade, le case, le scuole e le chiese di EastHarlem. Come rivela chiaramente l’articolo di Time , vista dall’esterno la vicinanza fisica traportoricani ed italiani suggeriva inequivocabilmente una loro vicinanza razziale (Guglielmo eSalerno 2003; Roediger 2002).Tra il 1920 e il 1960, in sostanza, i portoricani e gli italiani di New York costruirono le loro identitàrazziali, di classe, di genere, politiche e culturali in gran parte per attrito gli uni con gli altri. A unosnodo cruciale nella trasformazione della città, la stessa New York venne a ridefinirsi attraverso larelazione dei due gruppi con la città e le molteplici connessioni transnazionali attivate dallemigrazioni portoricane e italiane, che collegarono ancora più capillarmente la metropoli con il Pubblica il commento AUTORE:Simone CinottoDATA:12 marzo 2013.ARCHIVIATO SOTTO:Newsletter – Numero 5.TAG:colonialismo, immigrazione,italoamericani, New York, Porto Rico,storia atlantica, tratta degli schiavi.LASCIA UN COMMENTO: Il tuo nomeLa tua emailIl tuo sito (facoltativo)Il tuo commento Il tuo commento sarà controllato dall'amministratore primadi essere reso visibile a tutti. Ricorda inoltre che, se vuoi,puoi registrarti come utente del sito (se invece sei giàregistrato, puoi connetterti cliccando qui). Home   Chi siamo 2 Mi piace  6/4/2014Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960) | C'era una volta l'«America»http://www.ceraunavoltalamerica.it/2013/03/circolazioni-transatlantiche-in-storia-delle-migrazioni/2/6 mondo.Su questa tematica ho appena cominciato un percorso di ricerca in coerenza con la miaspecializzazione di storico delle migrazioni negli Stati Uniti tra tardo Ottocento e Novecento. Lestorie dell’immigrazione negli Stati Uniti che prendono in esame più gruppi immigrati in manierasia comparativa che relazionale sono a tutt’oggi sorprendentemente poche. Per quanto riguarda lacittà di New York si è fermi ad un vecchio classico di Bayor (1988), Neighbors in Conflict  , che haraggiunto la seconda edizione nel 1988. L’unico libro che prende in esame le relazioni tra immigratiitaliani e latini è la storia sociale delle comunità di sigarai cubani e siciliani in Florida al torno delNovecento –  The Immigrant World of Ybor City   (Mormino e Pozzetta 1987). Di converso, il poco cheè stato pubblicato di recente in termini di storia dell’immigrazione “multigruppo” ha dimostrato lagrande fertilità di questo tipo di approccio nello svelare panorami etnici e razziali della storiastatunitense prima sconosciuti (gli esempi comprendono The White Scourge  [Foley 1997] suilavoratori del cotone bianchi, neri e messicani in Texas; The Shifting Grounds of Race  [Kurashige2008] su giapponesi e neri a Los Angeles; e Coolies and Cane  [Jung 2006] sui lavoratori dellozucchero cinesi e afroamericani in Louisiana). La mia ricerca promette quindi di per sé di costituireun contributo significativo a un filone importante e ancora poco praticato nel mio specifico settorestoriografico di appartenenza.Tuttavia il mio progetto vuole andare al di là di questo. La mia ipotesi di ricerca è infatti che lastoria della New York portoricana e italiana tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecentoconfiguri in tutto e per tutto una “storia atlantica,” che non si snoda soltanto lungo il triangolo NewYork-Porto Rico-Italia, ma, più ampiamente, all’interno di un sistema di interconnessionieconomiche, politiche, sociali e culturali che è venuto a formarsi dal 1500 in poi tra i diversi latidell’oceano.Da un punto di vista metodologico, credo pertanto che per studiare questa “storia atlantica” (con laS minuscola) occorra utilizzare gli strumenti della Storia Atlantica (con la S maiuscola): inparticolare, come sottolineato nel più volte richiamato articolo di Alison Games su  AmericanHistorical Review  , la capacità della Storia Atlantica di trascendere i confini e le storiografienazionali ed imperiali per descrivere interi mercati del lavoro, reti commerciali, pratiche culturali,nozioni di razza, formazioni di classe e differenze di genere dislocate sull’ampia tela transoceanica(Games 2006; v. anche Games 2004, 4). La history without borders  evocata da Alison Games è l’unicoapproccio che può dare fino in fondo conto del perché, in un determinato momento storico, deimigranti dalle aree rurali di un’isola caraibica si siano scontrati con i figli dei braccianti dellatifondo meridionale nelle strade della più grande e moderna città del mondo; del dovesrcinassero i concetti e i vissuti di razza attraverso i quali i portoricani e gli italiani di New Yorkguardavano l’altro da sé, costruendo così la propria identità sociale e idea di cittadinanza; di qualifossero le nozioni e le pratiche di genere che si scambiavano le donne portoricane e italoamericanein fabbrica e nel quartiere; di quali fossero le fonti politiche e discorsive dei rispettivi nazionalismidiasporici; eccetera.La metodologia della Storia Atlantica si configura inoltre come un apporto fondamentale per lamia ricerca (e per ricerche analoghe alla mia), per il suo carattere sistemico, di analisi delleinterdipendenze all’interno di un contesto geografico e storico di ampia estensione marelativamente integrato. Come ha notato un’altra praticante della Storia Atlantica applicata allastoria locale, Lara Putnam, “per comprendere le cause e valutare le conseguenze dei mutamentiosservabili in una determinata località dobbiamo considerare eventi e fenomeni in luoghi a questadirettamente connessi, così come anche le tendenze e i processi che influenzano il sistema nel suocomplesso” (Putnam 2006, 615).Dal punto di vista della periodizzazione, la mia ricerca sugli immigrati portoricani e italiani a NewYork (una storia locale e contemporanea) si rapporta con la Storia Atlantica (cioè, nella suaaccezione più cogente, la storia di un oceano e tre continenti nella prima epoca moderna) in duemodi. Innanzitutto, riconoscendo alla circolazione di persone, capitali, cose e idee attraverso eall’interno dell’Atlantico tra 1500 e 1800 un ruolo imprescindibile di sfondo e precedente alledinamiche tardo ottocentesche e novecentesche oggetto centrale della ricerca, che sono altrimentiimpossibili da comprendere. In secondo luogo, sottolineando – come hanno già fatto DonnaGabaccia e altri commentatori – che i processi storici e le interconnessioni che crearono un “mondoatlantico” tra Cinquecento e Settecento non si sono bruscamente interrotti dopo le rivoluzioniborghesi e la fine della tratta schiavista, ma sono evoluti in una genealogia di eventi e dinamichesuccessive che è possibile e utile continuare a tracciare nello stesso contesto atlantico – sebbene sitratti di un Atlantico più “piccolo” e sempre più “globale” (Gabaccia 2004).La mia ricerca intende svolgere questo lavoro di incorporazione metodologica e di periodizzazioneestesa su tre piani in particolare: 1) quello della storia delle migrazioni atlantiche; 2) quellodell’integrazione dei cosiddetti Atlantici bianco, nero e rosso; e 3) quello della storia di genere e  6/4/2014Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960) | C'era una volta l'«America»http://www.ceraunavoltalamerica.it/2013/03/circolazioni-transatlantiche-in-storia-delle-migrazioni/3/6 Rappresentazione della nave negriera Brookes (1788), usata dagliabolizionisti della tratta degli schiavi per sottolinearne la disumanità.Migranti lasciano Ellis Island (1900).Vignetta “The High Tide of Immigration – A National Menace“,apparsa sulla rivista umoristica Judge (1903). Essa rappresenta la paura di alcuni americani per il crescente numero di immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale. dell’intimità. 1 STORIA DELLE MIGRAZIONI ATLANTICHE La storia delle migrazioni atlantiche è stata tipicamente articolata in tre distinti periodi. Il primo,che è anche l’unico di cui si occupa la Storia Atlantica nella sua accezione più stretta, è quello della“migrazione organizzata” che vide come principali protagonisti alcuni milioni di africani e alcunecentinaia di migliaia di servi a contratto, marinai e soldati europei tra il 1500 e il 1819. Il secondoperiodo è quello della “migrazione autonoma” che vide come principali protagonisti alcuni milionidi europei che rispondevano volontariamente alle attrattive economiche transatlantiche tra il 1820e il 1914. Il terzo periodo è quello della “migrazione per quote”, tra il 1915 e il 1965, frutto dellaregolazione selettiva dei flussi da parte di diversi stati americani che, con il concorso di due guerremondiali e della Grande depressione, ridusse drasticamente i movimenti transatlantici favorendoquelli infracontinentali. Si è trattato complessivamente di un fenomeno altamente significativo enon solo dal punto di vista quantitativo (più di tre quarti della popolazione dell’emisferooccidentale discende da persone che vi arrivarono attraversando l’Atlantico). La solita Alison Gamesha sostenuto che le “migrazioni hanno plasmato il mondo atlantico più di ogni altro tipo diconnessione e interazione all’interno della regione” (Games 2004, 5). Il mio punto di vista è chequesta osservazione rimanga valida per tutti e tre i periodi e che questi siano legati da un rapportodi concatenazione e causalità piuttosto che di alterità.Per buona parte del periodo della “migrazioneorganizzata” (1500–1819) Porto Rico e l’Italiameridionale fecero insieme parte dell’Imperospagnolo, al cui interno andrebbero quindicompresi i flussi della mobilità umana cheinteressarono tanto africani in stato dischiavitù quanto soldati mercenari, missionari,marinai, servi e forza lavoro in genere, nelgrande quadro dello slittamento del fulcrodell’attività economica dell’impero dalMediterraneo all’Atlantico. Peraltro molticontributi di storia delle migrazioni (inparticolare quelli di Jan e Leo Lucassen) hannoconfutato l’idea di un’Europa della primamodernità statica e sedentaria che si mette inmovimento solo nell’Ottocento con larivoluzione industriale. Europei e africanimostrano livelli di mobilità comparabili tra1500 e 1800, anche se i flussi europeirimangono prevalentemente all’interno delcontinente e del Mediterraneo e si svolgonosull’asse campagne-città (Lucassen e Lucassen2009). Le migrazioni europee transatlantiche,in altre parole, decollano e conoscono unboom nell’Ottocento non perché avvenga uncambio di paradigma “europeo” rispetto allamobilità, ma perché cresce rapidamente lasicurezza e l’economicità dei trasportiattraverso l’Atlantico (Nugent 1992).Le continuità tra la fase della migrazioneorganizzata e la fase della migrazioneautonoma 1820–1914 non si esauriscono nelfatto che la tratta di africani proseguì oltre il1800 e che l’abolizione della schiavitù avvenneovunque più tardi (a Porto Rico solo nel 1873).Esattamente a cavallo tra le due fasi (nel 1815)la Corona spagnola emise la Real Cedula deGracias, concedendo terra e incentivi ai colonieuropei cattolici che avessero volutoimmigrare a Cuba e Porto Rico. Laconseguenza fu l’ingente arrivo a Porto Rico di spagnoli, portoghesi, francesi e soprattutto corsi dietnia italiana che contribuirono, oltre che a una riconfigurazione razziale della popolazione, allosviluppo della produzione di caffè nell’isola.Le migrazioni italiane costituirono naturalmente un elemento centrale della fase 1820–1914. I  6/4/2014Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960) | C'era una volta l'«America»http://www.ceraunavoltalamerica.it/2013/03/circolazioni-transatlantiche-in-storia-delle-migrazioni/4/6 migranti della penisola si diressero attraverso l’Atlantico seguendo certosinamente le fluttuazionidel mercato del lavoro; prima soprattutto verso l’America Latina e poi soprattutto verso gli StatiUniti.L’interdipendenza dei vari “pezzi” di mondo atlantico per quanto attiene alla divisioneinternazionale del lavoro risulta di nuovo evidente nel trapasso alla fase della “migrazione perquote”, 1915–1965. L’esclusione per legge degli italiani e degli altri europei dal sud e dall’est delcontinente dall’immigrazione negli Stati Uniti (1924) è coeva alla concessione della cittadinanzastatunitense agli abitanti di Porto Rico (1917) che iniziarono a quel punto, insieme agliafroamericani di diversi stati del sud degli USA, la migrazione intensiva verso le occupazioni neiservizi e la manovalanza a New York.Anche quella che negli anni Cinquanta gli italiani di Harlem percepirono come l’“invasione finale”del loro quartiere da parte dei portoricani è legata a dinamiche squisitamente atlantiche. Lamigrazione portoricana a New York assunse dimensioni di massa non solo per l’introduzione di volidi linea tra l’isola e la metropoli, ma perché il governo degli Stati Uniti promosse l’accoglienza deiportoricani espulsi dal mercato del lavoro nel corso dell’Operation Bootstrap (o Operación Manos ala Obra), l’industrializzazione dell’economia portoricana il cui successo rappresentava un fioreall’occhiello della strategia propagandistica terzomondista americana nei primi anni della Guerrafredda. 2 RICOMPOSIZIONE DELL’ATLANTICO BIANCO, NERO E ROSSO Una simile rete di genealogie e successioni è riscontrabile nelle suddivisioni tematiche che haassunto la storiografia della circolazione umana, culturale e ideologica nel teatro atlantico –l’Atlantico bianco, nero e rosso.Per quanto riguarda la formazione transatlantica di modelli politico-intellettuali di radice europeae angloamericana (che insieme con la storia dell’imperialismo atlantico va sotto il nome diAtlantico bianco), bisogna notare come entrambi i nazionalismi, portoricano e italiano, siappropriarono significativamente del vocabolario e dell’immaginario nazionale e repubblicanodelle rivoluzioni francese e americana. Molti dei primi immigrati portoricani e italiani a New Yorknella seconda metà dell’Ottocento erano rifugiati dei rispettivi movimenti per l’indipendenzanazionale.Alla fine del secolo, la stampa italoamericana guardò alla guerra imperialista del 1898 che portòall’invasione di Porto Rico da parte degli Stati Uniti con un caratteristico mix di sostegno allamissione americana di civilizzazione di popoli inferiori e di comprensione per la causaindipendentista portoricana, basata sulla propria recente esperienza risorgimentale.Altrettanto se non più significativa nello sviluppo delle due comunità a New York fu la mobilitàdelle ideologie politiche di riforma sociale attraverso il Nord Atlantico tra la fine dell’Ottocento ela Seconda guerra mondiale. Le applicazioni in termini di politiche sociali che ne derivaronoplasmarono in profondità l’esperienza portoricana e italiana a New York e i modi in cui le duecomunità si rapportarono reciprocamente. Un esempio specifico riguarda l’edilizia sociale,nell’ambito della quale la visita di Le Corbusier a New York nel 1935 fu molto influente nel seguentesviluppo architettonico dell’edilizia popolare, di cui East Harlem rappresentò il più importantelaboratorio del Nord America.Nella discussione dell’Atlantico nero operato dalla mia ricerca devono ovviamente trovare posto lapeculiare storia dello schiavismo a Porto Rico, l’alto grado di intermatrimonialità che favorì lacostruzione ideologica di un’immaginaria assenza del razzismo nell’isola, lo shock socio-culturaleprovocato dall’esperienza del razzismo a New York, in particolare nella relazione triangolare con gliafroamericani, e l’eccezionale valenza del retaggio culturale africano, soprattutto per quantoriguarda la musica e il ballo, nel plasmare l’esperienza diasporica portoricana. Ma un legamesignificativo connette l’esperienza di razzializzazione di portoricani e italiani anche prima del loroincontro-scontro a New York e risiede nella formazione delle rispettive identità imperiali prima epost-imperiali poi. Come parte del processo di nation building  italiano, i meridionali vennerorazzializzati, anche dall’antropologia scientifica, come appartenenti a una razza degenerata daisignificativi apporti levantini e africani. Non solo questo retaggio di “comprovata” inferiorità dettò itermini delle relazioni degli italiani con i gruppi di migranti di colore a New York (con il terroredell’identificazione), ma fu incorporato nel dibattito sulla restrizione dell’immigrazione che portòall’introduzione della legge del 1924. Infatti, come ha spiegato Jacobson (2000) nel suo libro Barbarian Virtues , il problema dell’immigrazione interna e il problema delle popolazionicolonizzate in Asia e Centro America (entrambe razzialmente “inferiori”) costituivano due temiinseparabili della tensione tra costruzione nazionale e imperialismo che occupò gran parte deldibattito pubblico americano tra fine Ottocento e inizio Novecento.Posso solo accennare a come la costruzione relazionale dell’identità razziale tra portoricani e  6/4/2014Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960) | C'era una volta l'«America»http://www.ceraunavoltalamerica.it/2013/03/circolazioni-transatlantiche-in-storia-delle-migrazioni/5/6 italiani sia stata plasmata da dimensioni transatlantiche diverse come l’incontro tra religiositàpopolare cattolica e santeria e dall’influenza del fascismo e del colonialismo italiano in Africa, inrisposta ai quali a metà degli anni Trenta si scatenarono violente rivolte nel cuore di Harlem.Analoghi incroci e successioni si possono individuare per quanto riguarda l’Atlantico rosso – ribelle,egualitario e proletario. La comune esperienza di dominazione imperiale crea un filo rosso tra lerivolte degli indiani Tainos e degli schiavi africani a Puerto Rico e le rivolte per il pane nell’Italiameridionale. Dalla fine dell’Ottocento, l’anarchismo, il marxismo e infine il leninismo sisovrapposero coerentemente al ribellismo rurale e coloniale preindustriale in entrambe leesperienze migratorie, talvolta combinandosi con il nazionalismo diasporico. Il movimentoindipendentista portoricano, in particolare, sposò tipicamente visioni politiche socialiste.L’esperienza di coalizione interetnica e interrazziale creata ad Harlem da Vito Marcantonio tra lametà degli anni Trenta e il 1950 si può assumere a srcinale punto di confluenza di tradizioni dilunga data e ampio respiro. CONCLUSIONE Concludendo, ritengo che l’incontro/scontro locale che vide protagonisti gli italiani e iportoricani di New York attorno alla metà del Novecento sia una “storia atlantica” tra le tanteche potrebbero essere narrate e che vada interpretata con gli strumenti della Storia Atlantica .Il mio obiettivo è di scrivere una storia dell’immigrazione negli Stati Uniti che incorporiesplicitamente metodologie, teorie e risultati della Storia Atlantica, contribuendo così facendo nonsolo alla revisione della storia nordamericana dell’immigrazione, ma anche al proseguimento delrecupero della storia ottocentesca e novecentesca negli studi atlantici. NOTE: 1. Questo terzo punto non può essere sviluppato in questa relazione, ma sarà parte integrantedella ricerca che qui viene esposta. ↩ 2. Il Partito Democratico Popolare di Luis Muñoz Marín, fondato nel 1938 su una piattaforma diopposizione agli interessi dell’industria dello zucchero, vinse le lezioni locali nel 1940, e concapitali e incentivi americani dopo la guerra lanciò un programma di riconversione industrialeincentrata sui prodotti di consumo (vestiti, scarpe, elettrodomestici, ecc.) Il problema della forzalavoro rurale e urbana eccedente fu gestito attraverso l’emigrazione. ↩ BIBLIOGRAFIA: Bayor R., Neighbors in Conflict: The Irish, Germans, Jews, and Italians of New York City, 1929–1941 ,Chicago, University of Illinois Press, 1988.Foley N., The White Scourge , Berkley and Los Angeles, University of California Press, 1997.Gabaccia D., “A Long Atlantic in a Wider World”, in  Atlantic Studies , 1, 1, 2004.Games A., “Atlantic History: Definitions, Challenges, and Opportunities”, in  American HistoricalReview  , 111, 3, 2006, pp. 741–757.Games A., “Introduction, Definitions, and Historiography: What Is Atlantic History?”, in OAHMagazine of History  , 18, 3, 2004, pp. 3–7.Guglielmo J. e Salerno S.,  Are Italians White?: How Race is Made in America , New York-London,Routledge, 2003.Jacobson M. 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(ed.), Puerto Rican Women and Work: Bridges in Transnational Labor  , Philadelphia, TempleUniversity Press, 1996.Putnam L., “To Study the Fragments/Whole: Microhistory and the Atlantic World”, in  Journal of Social History  , 39, 3, 2006, pp. 615–630.Roediger D.R., Colored White: Transcending the Racial Past  , Berkeley and Los Angeles, Universityof California Press, 2002.Schneider E.C., Vampires, Dragons and Egyptian Kings: Youth Gangs in Postwar New York  ,Princeton, Princeton University Press, 2002.Thomas L., Puerto Rican Citizen: History and Political Identity In Twentieth-Century New York City  ,
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