“A. Breitenbach, Die Pseudo-Seneca-Epigramme der Anthologia Vossiana: ein Gedichtbuch aus der mittleren Kaiserzeit, Hildesheim etc., Olms, 2010, in «Bollettino di Studi Latini» 41 (2011), pp. 847-52

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  “A. Breitenbach, Die Pseudo-Seneca-Epigramme der Anthologia Vossiana: ein Gedichtbuch aus der mittleren Kaiserzeit, Hildesheim etc., Olms, 2010, in «Bollettino di Studi Latini» 41 (2011), pp. 847-52
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  Recensioni e schede bibliografiche 847 che tormenta l’animo dello scelestus già prima che si macchi della colpa per poi trasformarsi in ri-morso; una pena, insomma, che è tutt’uno con la colpa commessa. Una volta accettata “la completa,perfetta identificazione di delitto e di pena, senza più il minimo margine di scarto” (45 s.), il gioco delleparti ne risulta confuso e la pena stessa si sposta dal piano reale a quello interiore; ne consegue che ladisperata quanto vana resistenza di Tantalo alla Furia diventa “l’oggettivazione del travaglio interioredi Atreo in lotta contro se stesso, contro il suo impulso delittuoso, della feroce battaglia che il Male eil Bene, il  furor e la bona mens combattono nel  pectus di Atreo” (51): un  furor e una bona mens , dun-que, motivati ma ormai staccati dai fatti contingenti, trasformati in categorie psicologiche. In questaprospettiva M. coglie la reale natura che Seneca ha inteso attribuire ai due protagonisti: non più unAtreo monoliticamente chiuso nel suo odio e nella sua brama di potere, come i suoi omologhi in Accioe in Ennio, ma un soggetto in uno “stato di permanente sconvolgimento interiore, di sofferenza psi-chica” (217) già prima di cedere al male del quale sa tuttavia assumersi la responsabilità; non più unTieste al quale l’esilio ha donato una forma seppure imperfetta di crescita sapienziale ma un individuo“rimasto esattamente quello di prima, animato dalla medesima brama di potere, dal medesimo vetusregni furor per il quale a suo tempo non aveva esitato a macchiarsi di stuprum e di  furtum ” (243) deiquali, peraltro, non sembra sentire rimorso. L’inversione del ruolo dei protagonisti comporta il ribal-tamento anche di quelli della vittima e del carnefice: il carnefice (Atreo) risulta vinto, come recita il ti-tolo del terzo capitolo (Il carnefice vinto e il suo dramma umano), se non esteriormente, di certo sulpiano umano e familiare; la vittima (Tieste) risulta vittima delle proprie passioni che non ha saputo ri-scattare, dunque è carnefice di se stesso e dei propri figli che sottopone “inconsapevole, ma non in-colpevole” (240), al rischio del mortale incontro con lo zio.Se dunque Tieste appare pervicacemente legato a una concezione materialistica della vita e a queivalori che lo avevano indotto da giovane alla colpa per acquisire regno e potere (cap. 4), né sa rico-noscere i veri valori connessi all’ otium e alla vita appartata (cap. 5), un personaggio realmente inevoluzione è quello di Atreo che tuttavia, nella sua sconfitta di uomo – giacché malgrado il suo sce-lus , familiare più che politico, non riuscirà a liberarsi dei suoi fantasmi -, dimostra come il male siainesorabilmente legato alla natura umana e patito sulla terra prima ancora che negli inferi. E proprioin questo male diffuso, che non permette alla vittima di un nefas di “innalzarsi al ruolo di ‘campio-ne’ della bonamens ” (270) (né a un riconosciuto modello di virtus come l’Ippolito della Fedra di sot-trarsi all’ álogon della sua realtà psicologica, né all’Agamennone delle Troades di sfuggire al suopassato delittuoso divenuto ormai una tara insanabile), M. individua il vertice tragico del dramma, anzila “nuova forma tragica” (cap. 7) senecana il cui “fulcro ideologico … non è il godimento del bene,ma la lotta per il bene contro il male” (296).L’analisi di M. ha il merito di varcare le consuete categorie interpretative suggerite dalla sapienzastoica senecana per accedere a quell’area indistinta tra male morale e male psicologico in cui Senecastesso colloca la propria rilettura dei miti: ne emerge una nuova angolazione dalla quale guardare fattie personaggi altrimenti irrigiditi dalla struttura dei miti ‘classici’. Nel caso in questione la figura di Tie-ste ridisegnata da M. ne esce forse un po’ troppo rimpicciolita, trasformata da quel modello di sapien-tia , seppure incompleta, sul cui sfondo buona parte della critica aveva voluto collocarne la vicenda (M.ne ripercorre la storia alle pp. 330-333, n. 33) in un ipocrita meschino e bugiardo, disposto a tutto purdi riottenere il regno: sempre in linea, tuttavia, con l’intento sapienziale perseguito dal poeta.AntonellaB ORGO Alfred B REITENBACH ,  Die Pseudo-Seneca-Epigramme der Anthologia Vossiana: ein Gedichtbuchaus der mittleren Kaiserzeit, (Spudasmata Bd. 132). Hildesheim-Zürich-New York, Georg Olms Ver-lag 2010, pp. IX -270 + tavv.La pubblicazione di studi e, in particolar modo, di edizioni che, accompagnate da traduzioni ecommenti, aiutino alla comprensione e alla fruizione di opere talora trascurate, è di norma salutata confavore dal mondo scientifico, specie laddove rigore e acribia filologici si accompagnano a perizia e  Recensioni e schede bibliografiche 848 finezza interpretative. Anche chi scrive, al riguardo, ha avuto recentemente modo di esprimere suquesta rivista il proprio compiacimento per due lavori di ampia mole dedicati, rispettivamente da J.Dingel e A. B[reitenbach], al controverso corpus di epigrammi 1 che, attribuito a vario titolo al Senecadell’esilio, soltanto con l’edizione curata nel 2001 da Z[urli] ha finalmente trovato uno strumentocritico volto a ridiscutere daccapo la trasmissione manoscritta e a mettere ordine nell’eterogeneo ma-teriale tradito quasi interamente dal Vossianus Latinus Q. 86 (= V ) e solo in parte trasmesso in diversialtri codices minores , oltre che nel Parisinus Latinus 10318 ( A , il celebre Salmasianus ) 2 . Nel rilevarecome tanto l’edizione commentata di Dingel, quanto l’ampio Komm [ entar ] di B., pure sensibile alleproblematiche editoriali, abbiano preferito spostare la propria attenzione sulla vexata e insolubile quaestio dell’  Autorschaft  dei 70 componimenti della raccolta (risolvendola in modo opposto, comesi evince dai titoli dei rispettivi contributi), concludevo la mia recensione, ipotizzando che l’ultimaparola sul tema non fosse stata ancora scritta, anche in considerazione del fatto che già nel breve‘Vorwort’ del suo corposo studio ( IX ), B. preannunciava la pubblicazione di una ulteriore monogra-fia sui testi colà commentati.Ecco così che a soli due anni di distanza dal precedente contributo la silloge pseudo-senecanatorna sotto la lente indagatrice dello studioso tedesco, il quale ha inteso riprendere alcune questionidi carattere generale e soprattutto soffermarsi su quei problemi di natura testuale che solitamente ac-compagnano (o, almeno, dovrebbero) simili lavori di tipo esegetico. Se il primo volume, al qualenon possono essere certo imputati a difetto l’abbondanza delle notazioni, l’esauriente corredo bi-bliografico, la puntuale correttezza dei riscontri e dei confronti proposti con la tradizione epigram-matica latina, sembrava aver, se non decifrato, almeno sufficientemente illustrato le problematicheconnesse ai carmina che compongono la raccolta, il secondo libro presenta quasi una sorta di  prole-gomena a quel lavoro, risultando non meno ricco per informazione e accuratezza e tuttavia non deltutto convincente nella risoluzione delle aporie testuali derivate dal sostanziale distacco dalla revisionedi Z., che pure anche qui informa di base il testo commentato.Prima di entrare nel dettaglio di quella che – forse contro gli stessi intenti dell’autore, che non cor-reda di apparato critico il testo – ha tutte le caratteristiche di una nuova operazione ecdotica, è ne-cessario dare conto dell’impostazione del volume, con l’avvertenza per il lettore di considerare ine-vitabili, almeno per quelle parti che B. riprende quasi alla lettera dal suo precedente contributo, al-cuni riferimenti a quanto da me già espresso nella recensione al suo primo studio 3 . Il libro si aprecon una sommaria premessa ( III ), in cui B. dà ragione della scelta di pubblicare in due parti la ‘sch-riftliche Habilitationsleistung’ discussa nel 2008 presso l’Università di Trier. All’indice generale ( VII - IX ) segue il primo capitolo (1-12), nel quale si accenna in sintesi ai termini dell’acceso dibattito sullanatura della silloge che ha interessato la critica almeno a partire dalla fine del XVI sec. (tra gli eru-diti che si occuparono dei carmina troviamo, infatti, Scaligero, Pithou, Binet, Lipsius e Scriverius).Nella breve sezione iniziale, sulla scorta di quanto già ricordato in Komm . (1 sg.), B. riprende il pro-blema della tradizionale attribuzione a Seneca, riproposta a metà degli anni Sessanta dall’edizione 1 Cfr. A. L UCERI ,  A proposito di due nuovi studi sugli epigrammi pseudo-senecani , «BStudLat», 40, 2010,53-61: i due lavori recensiti in sinossi sono quelli di J. D INGEL , Senecas Epigramme und andere Gedichte ausder Anthologia Latina , Heidelberg, Univ. Winter 2007 e A. B REITENBACH , Kommentar zu den Pseudo-Seneca- Epigrammen der Anthologia Vossiana , Hildesheim, Weidmann 2008. 2  AnthologiaVossiana recognovit L. Z URLI ; traduzione di N. S CIVOLETTO , Roma, Herder 2001. Non è ov-viamente mia intenzione soffermarmi sui meriti delprogetto dello studioso italiano nella revisenda Anthologia Latina di Riese (riedita parzialmente –e talora infelicemente –da Shackleton Bailey), tuttavia non dovrà pas-sare sotto silenzio, anche ai fini di quanto si dirà successivamente, che a Z. si deve la ricostruzione delle paren-tele tra i manoscritti latori di quella che è stata ragionevolmente edita con il titolo di  Anthologia Vossiana (trale numerose recensioni all’opera, si veda quella di G. B RUGNOLI , «RCCM», 2, 2003, 325-37, che individua ana-liticamente i singoli emendamenti di lettura di V apportati da Z. al testo di Riese attraverso l’attenta ricollazio-ne del manoscritto leidense). 3 Per ragioni di comodità, d’ora in poi per la bibliografia si farà riferimento allo  Abkürzungs- und Litera-turverzeichnis (229-50).  Recensioni e schede bibliografiche 849 commentata di Prato ( 2 1964) e più recentemente da Dingel, che all’interno della raccolta riconosceuna sezione sicuramente senecana accanto a epigrammi ascrivibili, se non al filosofo, quanto menoa qualcuno della sua cerchia. Anche in funzione delle dimensioni del corpus poetico (più o menocorrispondente a quelle di un libro di epigrammi di Marziale), B. enuncia quanto già anticipato nelsottotitolo del volume, ovvero l’idea che la raccolta sia stata redatta presumibilmente nella primametà del II sec. d.C. da un unico compilatore ben addentro all’opera di Seneca, di cui ricalcherebbeintenzionalmente moduli e stilemi, pur mostrando talvolta di fraintenderne il pensiero (in sostanza,qui come in Komm. , B. ripropone a grandi linee la tesi di Holzberg, per il quale la silloge non costi-tuisce null’altro che “ein literarisches Spiel mit der  persona Senecas” [5]).Nel secondo capitolo, dedicato alla tradizione manoscritta (13-51), lo studioso illustra i proble-mi della trasmissione della Vossiana , affondando le mani negli studi di quanti lo hanno preceduto: nelricostruire con una certa sicurezza le parentele tra i vari testimoni (di ciascuno dei quali è riportatoin dettaglio l’intero contenuto), egli tuttavia rinuncia ad affidare a uno stemma le proprie conclusio-ni. 4 L’impressione che si ricava dalla lettura di queste pagine è che l’autore abbia indagato ex novo l’intera tradizione, anche se i risultati cui egli approda si discostano in poco o nulla dalle acquisizio-ni di Z., già ribadite da Dingel (è del resto merito della paziente recensio del filologo italiano aver di-mostrato i collegamenti di dipendenza tra i codici, pur nell’esiguità del materiale a loro comune, percui la sua edizione avrebbe meritato di essere citata di primo acchito piuttosto che essere confusa insporadiche note con altri lavori di diversi spessore e portata). La sezione, di cui fanno parte anche unbreve cenno alla tradizione indiretta (44 sg.) e alla storia delle edizioni (dalla  princeps dello Scaligero[1572] alla più recente di Dingel [2007]), è completata da un utile prospetto bibliografico relativo aisingoli manoscritti menzionati (48-51).Il terzo capitolo (52-81) si concentra sulla struttura di quello che B. considera un organico liber (anchequesto argomento era già affrontato, seppure con minor dovizia di particolari, nella introduzione del pre-cedente commentario). Riprendendo alcune osservazioni di Baehrens, l’autore riconosce nel corpus duedistinte sezioni: la prima, costituita dagli epigrammi 1-21f, sarebbe concepita intorno al tema dell’esilio;la seconda, relativa ai carmi 22-54, ruoterebbe altresì attorno all’ideale della vita quieta (la tesi espostatrova peraltro una esemplificazione nello specchio [58], che ripropone senza variazione alcuna lo schemagià tracciato in Komm . [8]). All’interno delle due unità ricorrono epigrammi fondati su vicende tout court  ‘storiche’ (come quelli dedicati alla sepoltura di Catone o di Pompeo e dei suoi figli) oppure tali da pre-sentare palesi riferimenti alla biografia senecana (come il 9 e il 38, rispettivamente ‘in vita’ e ‘in morte’ diCrispo Passieno). All’analisi di quella che costituisce una sorta di concatenatio tematica tra i vari carmisegue lo studio di tutti quei ‘rimandi’ linguistici tra le composizioni, che autorizzano B. a rintracciare nellaraccolta un’articolata ‘struttura interna’ determinata dall’opera di un unico autore, escludendo di fatto l’i-potesi – e qui è giocoforza ripetere i rilievi da me già espressi a proposito della teoria postulata in Komm . – che i legami contenutistici e formali tra gli epigrammi possano risalire alla pratica della variatio su ununico argomento che caratterizza simili eterogenee antologie e che potrebbe anzi suggerire la presenza diun excerptor , indotto proprio dall’affinità di argomento a raccogliere e disporre in un ordinamento più omeno coerente testi di autori o epoche diversi.Date queste premesse, nel quarto capitolo (82-109) B. propone una serie di interessanti confron-ti testuali tra il cosiddetto ‘pseudo-Seneca’ e altri numerosi scrittori latini a partire da Ovidio che,come è noto, influenza da vicino lo stile poetico dello stesso Cordovese: i paralleli istituiti tra il pre-sunto autore del liber e la produzione di Seneca (soprattutto per quel che riguarda i riferimenti alle Consolationes ) sono innegabili, mentre si richiederebbe forse più cautela nel postulare una dipen-denza diretta dell’anonimo epigrammista da autori come Catullo e Petronio. Importanti sono anchei richiami che B. individua con l’epigrammatica greca, sicuro modello (probabilmente mediato) permolte delle situazioni topiche presenti all’interno del corpus . Come anche in Komm . (11 sg.) lo stu- 4 Lo stemma completo delle  Anthologiae Salmasiana e Vossiana è stato recentemente tracciato da L. Z URLI ,  La tradizione ms . delle Anthologiae Salmasiana e Vossiana (eil loro stemma ) , «AL», 1, 2010, 205-91 (in par-ticolare, p. 288).  Recensioni e schede bibliografiche 850 dioso riassume in una tabella sinottica (95 sg.) i più evidenti punti di contatto tra gli epigrammi dellaraccolta e gli scrittori sopra menzionati, dedicando di seguito particolare spazio al rapporto con Mar-ziale (anch’esso esemplificato in uno specchio a 103 sg.) e con gli autori fioriti in età successiva a Se-neca e Lucano (Plinio il Giovane, Giovenale, Floro). I contatti tra i componimenti pseudo-senecanie quelli di Marziale sono evidenti e tuttavia in nessun caso tali da dimostrare con certezza la dipen-denza dell’anonimo dal più celebre epigrammista di età imperiale, come ho già avuto modo di evi-denziare, ad es., per la somiglianza tra Mart. 7, 69, 2 cuius Cecropia pectora dote madent  e il v. 8 delcarme 9 cuius Cecropio pectora melle madent  , un epigramma che, dedicato a Crispo Passieno, insiemea pochi altri, ha, a mio avviso, maggiori possibilità di essere genuinamente senecano.La presunta univocità autoriale del liber suggerisce a B. di dedicare il quinto capitolo ad alcunebrevi osservazioni sulla metrica, la lingua e lo stile dei carmi (110-13), quindi a dare conto dei diversiacrostici (114) che egli rintraccia, a mio parere forse talora con eccessiva sicurezza (come nel casodell’acrostico-telestico CENA+OS in 15, 1-4), all’interno di alcune composizioni (obbedendo a unmedesimo grado di casualità, agli esempi addotti si potrebbe allora aggiungere anche il CINCTI ri-cavabile dalle iniziali dei vv. 1-6 del carme 12  De se ad patriam ).Il sesto capitolo espone le conclusioni sulla figura del presunto autore del corpus : sulla scorta deiraffronti con i vari poeti dell’età classica e argentea, molti dei quali, si è detto, quasi mai del tutto de-terminanti per fissare la priorità cronologica dell’uno sull’altro, B. colloca con sicurezza lo ‘pseudo-Seneca’ dopo Silio Italico e dopo Marziale, ipotizzandone l’attività nella prima metà del II sec. A que-sto punto, però, lo studioso abbandona la via della prudenza e, pur avvertendo della provvisorietà dellesue impressioni, si spinge a ipotizzare che l’anonimo scrittore, determinato a produrre un ‘falso’ in-tenzionale (alla maniera di chi compose l’ Octavia , il terzo libro del corpus Tibullianum o ancora partedell’  Appendix Vergiliana ), potrebbe essere identificato con l’epitomatore dell’opera liviana AnneoFloro, personaggio di srcine africana nato intorno al 70 d.C., della cui vita, in realtà, poco altro ci ènoto. Gli argomenti con i quali B. puntella la sua tesi si riducono essenzialmente alla vicinanza for-male tra 12, 5 sg. ed  Epit  . 4, 2, 6, quindi all’osservazione che il Mausoleo di Cleopatra, ricordato in 20,5 sg., è menzionato, oltre che in Marziale, 4, 59, 5, soltanto in  Epit  . 4, 11, 9-11. Tali ragionamenti ap-paiono obiettivamente troppo fragili per dare luogo alla clamorosa identificazione (poco vale, a mioavviso, anche la notazione che con lo ‘pseudo-Seneca’ Floro condivide l’interesse per la penisola ibe-rica, la continua rimarcazione del ruolo della Fortuna o la tendenza alla personificazione degli elementinaturali). Lo stesso B. ammette, del resto, che è forse più opportuno rinunciare a dare un nome all’a-nonimo compositore: egli tuttavia non si astiene dall’azzardare che la confusione tra Anneo Floro eAnneo Seneca avrebbe indotto all’errore già Lattanzio, la cui menzione del Cordovese a proposito diun’opera storica non attestata tra quelle del filosofo (cfr.  Inst. 7, 15, 14 non inscite Seneca Romanaeurbis tempora distribuit in aetates ) si dovrebbe addirittura allo scambio tra i due Annei (sempre am-messo, però, che lo scrittore cristiano non stesse in realtà riferendosi a Seneca padre!).Dopo essersi mosso con ingegno  –  ma non, evidentemente, senza difficoltà  –  sull’infido terrenodella paternità dei carmi, nel settimo capitolo (129-75) B. fornisce il testo degli epigrammi, corre-dandolo, a fronte, di una lineare traduzione tedesca in prosa, aderente all’srcinale latino. Diversa-mente da quanto succede in Komm ., ove ogni singolo componimento è in genere identificato dal-l’ incipit  , l’autore riporta ragionevolmente, ove presenti, i titoli trasmessi dai codici, salvo poi omet-terne la traduzione: poco perspicua, al riguardo, appare però la scelta di titolare il carme 25 con l’ in-scriptio di V  Liber IIII  (sebbene forse determinata dal nome  Baccho presente nel primo verso – comericorda Z., XXIX  – essa è certo estranea al contesto dell’epigramma, cui di solito è imposto con loScaligero il titolo  De puero amato ). A un semplice refuso si deve, invece, l’intitolazione  De zelotipa in luogo di  De zelotypa per l’epigramma 45.All’interno dei carmi, come lo studioso avverte opportunamente (130), un asterisco segnala le in-novazioni rispetto al testo di Z., già adottato in Komm .: una soluzione apprezzabile perché consente allettore di identificare con immediatezza le parti cui è dedicata attenzione nella sezione immediatamentesuccessiva, per quanto non sarebbe stato inopportuno riassumere in una tabella sinottica gli interven-ti che distinguono la ricostruzione testuale dall’edizione di riferimento. Già solo a colpo d’occhio, co-  Recensioni e schede bibliografiche 851 munque, si nota che le differenze con l’edizione di Z. sono tutt’altro che poche: per questo motivo èdifficile non avvertire la mancanza di un apparato critico che, almeno per i luoghi discussi, avrebbe dicerto facilitato l’orientamento tra le varie proposte avanzate dagli editori citati nel commento (chi frui-sce dell’opera ha invece bisogno di ricorrere continuamente tanto all’edizione di Z., quanto al Komm .,talora presupposto nelle annotazioni critiche).La parte meglio congegnata del volume è comunque quella costituita dalle due appendici, la primadelle quali (179-221) esamina con il rigore che caratterizza già il Komm . tutti quei punti per i quali, si èdetto, l’autore avanza proposte testuali (ed esegetiche) diverse da quelle di Z. Poche volte, tuttavia, le so-luzioni presentate apportano un miglioramento alla recensio del predecessore, specie laddove B. dà l’im-pressione di voler risultare a ogni costo srcinale, perdendo talora di vista il contesto paleografico oppure,al contrario, aderendo con eccessivo conservatorismo a lezioni probabilmente erronee di V . Nel dettaglio, sono proposte senz’altro degne di attenzione quelle in cui compaiono lievi, ma significativi ag-giustamenti della punteggiatura, come, ad es., in 12, 3, dove appare necessario isolare tra virgole il vocativo Corduba nell’apostrofe che Seneca – o chi per lui – rivolge alla città natale (altre differenze con la punteggia-tura data da Z. sono in 7b, 5; 24, 6 [passo non distinto però da asterisco nel testo]; 25, 3-4; 39, 3-8).In parte condivisibili sono alcune delle osservazioni suggerite a B. da proposte più o meno ragionevoli di quan-ti lo hanno preceduto: mi riferisco, in particolare, alla clausola scrutare, inimice che in 6, 1 si deve a Prato (1955a);l’emendamento  futuri che in 18, 7 è da ricondurre a Shackleton Bailey (1982a); alla correzione devexa , risalentein 18, 15 a Scaligero; infine al sumptae di 49, 3 e alla ricostruzione di 52, 33 la cui paternità si deve a Tandoi.Talora B. recupera emendamenti meno convincenti, come saeva (18, 19) da Scaligero oppure  partibus ac fractis (47, 4) da Lebek (lo studioso fa invece confusione in 44, 14, poiché nel testo stampa querar , mentre nelcommento difende il queror proposto da Patisson e riportato nel lemma). Al riguardo, in 16, 3, dove V ha l’a-metrico  Magnus et hoc homine maior Cato , mi sembra decisamente improponibile il ritorno al testo di Heinsius(  Magnus et hoc nomen maius Cato ), specie a fronte della palmare correzione di Scaligero (  Magnus et hoc Magnomaior Cato ), accolta da Z., il quale in apparato ricorda che homine del codice è chiaramente una glossa pene-trata nel testo a soppiantare l’srcinario  Magno , che restituisce un sapido gioco di parole tra la grandezza mo-rale di Catone e quella di Pompeo, ‘Magno’ per eccellenza.Da non sottovalutare altresì in 29, 7 la congettura rogarit  , sebbene lo stesso B. ammetta che il tradito rogavit  potrebbe comunque costituire un’analoga forma di futuro secondo. Senz’altro ingegnoso è poi l’emendamento  felle litis che in 19, 4 va riferito ai ioca del malivolus individuo, bersaglio dell’ironia del poeta: l’ipotesi restitui-sce un costrutto che ha un significativo precedente in Ovidio ( Pont  . 1, 2, 16 e 4, 9, 83) e trova conferma in Auso-nio, ove viene analogamente riferito a ostili motteggi, cfr. Prof  . 4, 19: salibus...felle nullo perlitis . Meno persua-siva, seppure srcinale, è la ricostruzione di 48, 8, un locus  –  avverte prudentemente Z. in apparato  –  nondum sa-natus : la proposta di B. ( nec coram faciem me linat illa suam ), a mio avviso, non si giustifica paleograficamentedavanti al testo tradito da V ( et coram faciem mel habet illa suam ), per cui mi paiono senz’altro più accettabili gliemendamenti di Z. ( et coram facie mel lavet illa sua , in apparato) o di Heinsius ( nec coram faciem me lavet illasuam ), per i quali può essere proposta una piana spiegazione del trascorso scrittorio. Allo stesso modo, lascia per-plessi in 9, 11 l’ipotesi abruptis iaceo che sanerebbe l’insensata lezione di V antucui iaceo , corretta altresì da Z. – in maniera, a mio parere, palmare – in tantum, qui iaceo . Il testo tradito, accolto dalla maggior parte degli edi-tori, è ancora modificato in 21d, 6 ( cingimur per cingitur ); 21f, 3 ( vallaverat  per velaverat  ); 23, 3 (  putes per  putas );28, 6 ( movet  per movent  ); 33, 10 ( crocis è posto tra cruces ); 37, 10-11 (seguendo Scaligero, l’ordine dei due versiè invertito rispetto a V , e al v. 10 si propone tangi per magni ); 51, 10 ( erat  per eat  ); 54, 2 ( ad se in luogo di a te , le-zione presente nell’unico testimone del carme, il Fuerstenfeldensis Monacensis Latinus 6911 [ F ]).Un passo indietro dal punto di vista testuale (e di conseguenza esegetico) si compie, all’opposto, ripristinandolezioni di V che Z. ha dimostrato essere probabilmente erronee, come  pervia (2, 4); deis (14, 4); magna (14, 8); motum (15, 8); tegit  (36, 5), probabilmente penetrato nel testo dal verso precedente (Z. pone al riguardo la crux ).Più incerti si può restare sul capillis di 24, 3, difeso con argomenti comunque interessanti.Un’omissione, infine, si riscontra a proposito di 15a, 1 (è il v. 13 di quello che, insieme ai vv. 1-12 del carme15, Riese considerava un’unica composizione, il carme 412 della sua  Anthologia Latina ): B. non registra che,al di là della diversa interpunzione rispetto a Z. ( ‘Bellus homo.’ per  Bellus homo? ), egli segue Baehrens nel con-getturare et valde in luogo del tradito et valide . 55 Mi sembra interessante segnalare, al riguardo, le osservazioni di P. P AOLUCCI , Commentare e costituire iltesto di Marziale (Spigolature dal III libro) , «Myrtia», 24, 2009, 221-37 (in particolare, 236-37), un contributouscito evidentemente mentre il lavoro di B. era in stampa.
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